# 5R Rifiuti: Riduzione,Riuso,Riciclo,Raccolta,Recupero, Notizie ambientali

Una larva che mangia la plastica!

Il complesso problema dello smaltimento della plastica  trova una probabile possibilità di risoluzione definitiva, grazie ad una ricercatrice italiana del Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo.

Un gravoso problema

Inutile negarlo: siamo circondati ovunque da rifiuti in plastica, che hanno contaminato l’ambiente in modo sempre più invasivo. Ad oggi le politiche ambientali sono ancora troppo deboli e spesso non focalizzate sui rischi che andrebbero preventivati, di cui, in ogni caso, siamo già spettatori passivi. Può sembrare banale, del resto la plastica compare quotidianamente nella nostra vita, ma ci siamo mai chiesti da che cosa è composta e che tipi di disagi crea? Questo materiale si ottiene lavorando composti di idrogeno e carbonio, “figli” di metano e petrolio. Attraverso processi chimici, questi si trasformano e, unendosi, formano catene dette polimeri: è da qui che deriva la resina sintetica del polietilene. Una sostanza che dura negli anni, non biodegradabile, capace di resistere agli agenti atmosferici. La sua leggerezza permette alle aziende produttrici di consumare molta meno energia di quanta ne necessiterebbe, ad esempio, una bottiglia di vetro. L’assioma è questo: meno energia si consuma, meno si inquina. La plastica non è quindi inquinante in quanto tale; è la sua cattiva gestione a renderla un problema dalla portata globale. Certo, è possibile riciclarla, ma è l’uomo senza educazione ambientale a non rispettare questa semplice regola. Dispersa nell’ambiente per decenni, la plastica è un serissimo pericolo per l’ecosistema, soprattutto marino.

Larve normali, ma non troppo!

La ricerca offre sempre possibilità scientifiche di speranza. Il problema della plastica potrebbe presto essere affrontato con uno strumento veramente risolutivo, grazie agli studi intrapresi dall’Università di Cambridge. L’ateneo, in collaborazione con l’Istituto di biomedicina e biotecnologia della Cantabria, in Spagna, ha infatti iniziato a sviluppare un evento, tra l’altro capitato in modo casuale, a Federica Bertocchini. Chi è Federica? È una ricercatrice italiana appartenente al Consiglio nazionale di ricerche spagnolo, ma anche un appassionata apicultrice. È proprio grazie a questo suo interesse che è nato il nucleo degli studi elaborato dal team di ricerca, tra l’altro pubblicata di recente sulla rivista scientifica Current Biology. Una scoperta che ha qualcosa di magico, e che dimostra quanto la stessa natura, se osservata con attenzione e rispetto, sia in grado di sorprenderci e di offrire risposte. Federica stava pulendo le arnie delle api, rimuovendo i parassiti della cera che, comunemente, sono a prima vista dei normalissimi vermi. Riposti in una busta di plastica, Federica si è allontanata per qualche minuto. Quando è ritornata, si è accorta di uno strano particolare: quella stessa, semplice, busta di plastica, era piena zeppa di forellini. La curiosità iniziale è subito diventata un esperimento da portare di corsa in laboratorio. Qui i ricercatori hanno ricreato la stessa situazione verificatasi, affiancando alla busta un centinaio di piccole larve. Dopo circa 12 ore il risultato era sconcertante: da questa risultavano ben 92 milligrami di plastica in meno.

Una possibilità concreta

Le stime parlano chiaro: in acqua finiscono almeno 8 milioni di tonnellate di plastica all’anno. Ingerita dai pesci, arriva poi in tavola. Il nostro Mar Mediterraneo ne è colmo, i rischi reali: se le grosse isole di plastica galleggiante rovinano la flora e uccidono la fauna, perché dovremmo pensare di esserne immuni? La scoperta ha dimostrato che le larve, grazie al loro processo di digestione, sono capaci di distruggere il legame chimico del polietilene, per convertirlo in glicole etilenico, un composto organico che, invece, si biodegrada in poche settimane. Un fantastico passo avanti verso un futuro in grado di combattere l’inquinamento.

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